Divisionismo

Il Divisionismo fu un movimento della pittura italiana che si sviluppò all'incirca tra il 1885 e il 1915 ed ebbe a Milano il suo principale centro di elaborazione e di diffusione. La data di nascita ufficiale è fissata nel 1891, quando alcune opere di pittori divisionisti (e in particolare la Maternità di G. Previati) suscitarono interesse e vivaci polemiche (Triennale di Brera). Il nome del movimento è da ricondursi alla sua particolare tecnica pittorica, che si basava sul principio della scomposizione dei colori (posati sulla tela puri, a tocchi isolati) e che intendeva dare pratica applicazione alle teorie sulla percezione ottica di H. Helmholtz, M.-L. Chevreul, Th. Rood. È chiaro che il movimento italiano tro­vava il suo principio ispiratore nella pratica dei pointillistes francesi, che queste ricerche avevano sviluppato con rigore scientifico, attingendo in certi casi esiti eccezionali; ma anche altri elementi entrarono nella genesi del divisionismo: il teorico, l'animatore e l'organizzatore del gruppo, Victor Grubicy de Dragon, oltre a introdurre negli ambienti artistici italiani le sue esperienze cosmopolite, si fece infatti banditore di una nuova pittura che sviluppasse anche certe inclinazioni coloristico-luministiche proprie della pittura lombarda dell'Ottocento. Fu questo l'elemento caratterizzante della pittura divisionista italiana, che non fiorì come in Francia direttamente sul tronco dell'impressionismo, ma che piuttosto cercò di integrare la sopra citata componente scientista con disparate acquisizioni figurative europee, non solo francesi ma anche olandesi, ed essenzialmente con certe predilezioni cromatiche e materiche (il colore posato in tocchi sfatti, filamentosi, iridati) tipiche della pittura lombarda dal Piccio al Ranzoni, al Cremona. Le esigenze di obiettività ottico-fisiologica s'incontrarono, d'altronde, con un'accentuata tendenza simbolico-idealizzante: « un vero senza ideale è come una realtà senza vita [...] non è certamente con la sola bellezza astratta della natura che si può creare un'opera d'arte. Questa creazione [...] non è possibile se non per un impulso dello spirito », scriveva Segantini, uno dei maggiori rappresentanti del movimento, che dall'iniziale naturalismo approdò a un'interpretazione del reale in chiave simbolista. E anche G. Previati, che pure si applicò alla stesura di trattati teorico-scientifici, nelle sue opere si scostò dall'esigenza di rigore metodologico, per cedere a sollecitazioni di carattere misticheggiante. Un altro aspetto peculiare del divisionismo italiano consistè nell'interesse per la tematica umanitaria e sociale, alimentata dalla situazione della Milano fine Ottocento, nella quale la crescente industrializzazione inaspriva le tensioni politiche e le problematiche sociali, com'è riscontrabile, in due pittori uniti dall'amicizia e dagli ideali politici, oltre che dalla comune ricerca sulla tecnica pittorica: A. Morbelli, che dipinse il mondo dei vecchi emarginati del Pio Albergo Trivulzio, e G. Pellizza da Volpedo. che espresse con empito sincero il suo impegno socialista nel Quarto stato.
Rispetto ai pointillistes francesi, la cui pratica si incentrava e si localizzava in Parigi, il divisionismo italiano fu policentrico; e se Milano ne fu in tutti i sensi il cuore, altri focolai si svilupparono in Liguria, dove il livornese P. Nomellini convertitosi dalla macchia al tocco andò a vivere, e dove operò un gruppo di artisti come R. Merello, G. Barabino, G. Commetti, di cui recentissime ricerche tendono a ristabilire il significato e l'importanza; in Piemonte, dove C. Fornara tentò una interpretazione in chiave divisionista della locale tradizione ottocentesca; a Roma, infine, dove trovò una vasta clientela la pittura di ambiente borghese di C. Innocenti, E. Lionne. A. Noci. Ma il personaggio più rigoroso e significativo del divisionismo romano fu G. Balla, che seppe sperimentare con rigore ottico eccezionale la problematica dei pointillistes francesi, utilizzandola nei vari aspetti di una tematica urbana e contemporanea. Da lui presero le mosse U. Boccioni, G. Severini, L. Russolo e anche C. Carrà: il fatto che al loro esordio questi artisti non trascurassero la lezione del divisionismo, attraverso il quale sarebbero approdati in seguito alla sintesi di calore-luce-movimento propria del futurismo, indica la indubbia vitalità e validità storica del movimento.

(fonte: Enciclopedia Europea Garzanti)

 


 

Il Divisionismo fu un movimento interno alla pittura italiana con diffusione in tutta la penisola ma con centro particolarmente vivace a Milano. Sviluppatosi tra gli ultimi decenni del XIX secolo e il 1915, ebbe nel 1891 una data di nascita ufficiale, quando alla Triennale di Brera furono esposte alcune opere (tra cui Maternità di Previati), che mostravano al pubblico i termini della nuova ricerca. Il gruppo di pittori legati da comune interesse per le leggi scientifiche relative alla luce e al colore (oltre a Previati vanno ricordati D. Ranzoni, I. Cremona, G. Segantini, Pellizza da Volpedo, V. Grubicy) partiva dall’analisi delle teorie sulla percezione ottica elaborate da H. Helmholtz, M.-E. Chevreul, Th. Rood, in sintonia con quanto stava avvenendo in Francia nel gruppo di pittori pointillistes. A differenza dei francesi, che muovevano da esperienze impressioniste e insistevano soprattutto sul carattere scientifico della loro operazione, i divisionisti italiani affrontavano il nodo stesso della creatività artistica, del potere suggestivo dell’immaginazione nella fase creativa e dell’immagine che ne risultava, a cui la tecnica divisionista offriva, grazie a pennellate di colore puro ma filamentoso, a volte sbavato, sempre vibrante, uno strumento per intensificare il clima simbolico-onirico a cui soprattutto tenevano.
Teorico ed animatore del gruppo fu Victor Grubicy de Dragon, pittore ricco di esperienza diretta dei circoli artistici e dei musei di molti paesi d’Europa. Nell’idea di Grubicy c’era il desiderio di fondere la tecnica moderna basata sulle leggi della scomposizione del colore con quella tradizione luministica che caratterizzava la pittura lombarda dell’Ottocento. Nella messa a punto della poetica del gruppo, Grubicy esaltava quella sorta di ipertensione nervosa che stava alla base di ogni processo creativo e che consisteva nella costituzione illusoria della visione oggettiva e reale con una sintesi significativa dell’impressione che corrisponde alla visione complessiva già dipinta.
Fra i testi teorici del gruppo fu significativo, anche se tardo, lo scritto di Previati Principî scientifici del divisionismo (Milano 1906), nel quale si definisce il procedimento pittorico del divisionismo, che «riproduce le addizioni di luce mediante una separazione metodicamente minuta delle tinte complementari». Non è estranea al gruppo anche una certa attenzione a temi di carattere sociale: A. Morbelli e G. Pellizza da Volpedo partecipano sí al movimento divisionista ma con un’adesione essenzialmente volta ai risultati linguistici piuttosto che alla poetica.
Il divisionismo italiano fu policentrico. Milano fu certo il luogo di maggior fermento, ma anche in Liguria (P. Nomellini, R. Merello, G. Barabino, G. Cominetti) si ebbe un vivace clima di sperimentazione formale. In Piemonte, C. Fornara fu sensibile agli esiti delle proposte che venivano dalla Lombardia. A Roma il movimento ebbe un certo peso e vasti consensi (C. Innocenti, E. Lionne, A. Noci) e con G. Balla confluí in uno dei maggiori movimenti d’avanguardia italiani, il futurismo. Boccioni, Severini, Russolo e perfino Carrà, infatti, adottarono la tecnica, e in parte anche un certo gusto simbolista, che aveva caratterizzato il divisionismo in Italia.

(fonte: Storia dell’arte Einaudi)