Studio

Dalbono, Studio. Il Vesuvio.png
Autore: 
Dalbono, Edoardo (1841-1915)
Titolo: 
Studio
Altri titoli: 
Il Vesuvio
Periodo: 
XIX secolo
Datazione: 
1872
Classificazione: 
Dipinto
Tecnica e materiali: 
Olio su tavola
Dimensioni (altezza x larghezza in centimetri): 
21,3 x 42
Annotazioni: 
Firma e data in alto a destra: E. Dalbono 1872
Luogo di conservazione: 
Fondazione Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde / Ca de Sass, Milano, Italia
Acquisizione: 
Proveniente dalla Collezione Istituto Bancario Italiano, 1991
Identificativo: 
AH02077AFC

Mostre:

  • Seconda Esposizione Nazionale di Belle Arti dell’Accademia di Brera, Milano, 1872, n. 670 (oppure 671-678).

Bibliografia:

  • Seconda Esposizione Nazionale di Belle Arti diretta da un comitato eletto dalla regia Accademia di Brera, Società Cooperativa fra i Tipografi, Milano, 1872, nn. 670-678, p. 71.
  • Sguardo all’Esposizione d’arte moderna, in “Il Secolo. Giornale politico quotidiano”, a. VII, n. 2288, Milano, 6 settembre 1872, p. 2.
  • Isabella Valente, Edoardo Dalbono, Vesuvio, in Tesori d'arte delle banche lombarde, Associazione Bancaria Italiana, Milano, 1995, n. 457, p. 244, ill.
  • Sergio Rebora, Edoardo Dalbono, Studio o Il Vesuvio, in Sergio Rebora, a cura di, Le collezioni d’arte. L’Ottocento, Fondazione Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, Milano, 1999, n. 65, p. 140, ill.

Note:

Proveniente dalla Collezione Istituto Bancario Italiano (IBI), che ne è stato proprietario dal 1965, l’opera è identificabile con uno dei nove Studii presentati a Milano nel 1872, alla Seconda Esposizione nazionale di belle arti dell’Accademia di Brera: raffigura il Vesuvio durante una attività eruttiva, molto probabilmente connessa all’eruzione del 26 aprile 1872. L’evento naturale, di imponente portata, attirò sulle pendici del vulcano molti artisti e, in particolare, i pittori della scuola di Resina: Marco De Gregorio, Giuseppe De Nittis e Federico Rossano. Nel concepire le opere esposte a Milano, Dalbono – che alla scuola di Resina si accosta proprio in questi anni tramite Nicola Palizzi, presso il cui studio si era formato – guarda con tutta probabilità alla fortunata serie di oltre sessanta tavolette realizzate da De Nittis tra il 1871 e il 1872, raffiguranti il Vesuvio in molteplici condizioni di luce, realizzate con una pittura “a macchia”, con cromie accese e tagli compositivi inusuali (alcune di queste opere sono conservate a Milano, Galleria d’Arte Moderna). Sono questi gli anni in cui De Nittis è costretto ad allontanarsi da Parigi a causa della guerra franco-prussiana e a Resina (oggi Ercolano) rinsalda legami di amicizia e sodalizi artistici; Dalbono appartiene a questa cerchia, tanto da poter contare, qualche anno più tardi, sul suo aiuto per introdursi nel mercato artistico parigino. È quindi probabile che i due abbiano condiviso in più occasioni lo studio dal vero del panorama vesuviano, soggetto presente anche in altri esempi della coeva pittura di paesaggio di Dalbono, di cui ricordiamo Sulle falde del Vesuvio (Milano, Galleria d’Arte Moderna) Rispetto alle tavole denittisiane, Dalbono privilegia un taglio prospettico tradizionale, scandito dalla linea dell’orizzonte a separare il cono del vulcano dal sottostante paesaggio, mentre ne riprende la stesura pittorica, priva di preparazione. Se nella parte superiore, la densa nube eruttiva è descritta da pennellate rapide ma accurate che lasciano trasparire in più punti il supporto, dominato dal brillante cielo azzurro, nella parte inferiore la tavola è lasciata completamente a nudo: l’opera non per questo pare incompiuta, poiché tale artificio rende assai bene la verità dell’impressione, oltre ad alludere alla desolata pianura circostante.

(fonte: Laura Casone in www.artgate-cariplo.it)