Scugnizzo con salvadanaio

Mancini, Scugnizzo con salvadanaio
Autore: 
Mancini, Antonio (1852-1930)
Titolo: 
Scugnizzo con salvadanaio
Periodo: 
XIX secolo
Datazione: 
1874
Classificazione: 
Dipinto
Tecnica e materiali: 
Olio su tela
Dimensioni (altezza x larghezza in centimetri): 
64 x 51
Annotazioni: 
Firma e data in basso a sinistra: [...] 1874 | AMancini
Luogo di conservazione: 
Collezione privata

Note storiche-critiche:

Il soggetto è ricordato da Somaré, quando era in collezione Jucker, come «malinconico figlio della povertà napoletana»1. Si tratta del modello preferito da Mancini, adottato per molte sue opere ne- gli anni che vanno dal 1873 fino al 1878, Luigiello Gianchetti, «un orfano d’Abruzzo», raffigurato nel nostro quadro all’età di otto anni. Il bambino è ritratto a tre quarti mentre, con una lieve inclinazione del busto, propende in direzione del trespolo sul quale si trova appoggiato un libro sgualcito, mantenuto in equilibrio solo grazie al fermo di un salvadanaio in terracotta. Il bambino ha le palpebre calate e il suo sguardo scruta con attenzione la pagina del libro che gli sta di fronte. I movimenti del suo viso e le piccole labbra dischiuse, dal roseo incarnato, ci fanno scoprire con tutta evidenza che Luigiello si sta esercitando in una lettura a voce alta. Se non fossimo attratti dal suo gesto flemmatico di introdurre la moneta nel salvadanaio, col cui il quadro è stato da sempre riconosciuto, non ci accorgeremmo di quell’espressione puerile e sincera, compiuta dal movimento degli occhi che si proiettano sul libro per spiegare un impulso dettato dal desiderio di imparare a leggere. Segno palese di un impegno ma anche della spontanea curiosità e della vivacità del bambino, che pur denunciando di appartenere ad una classe poco abbiente, sprizza per intelligenza e intende sottrarsi con massima dignità alla condizione originaria da cui proviene. Con questo soggetto Mancini anticipa un tema critico, non solo di grande valore poetico ma anche di singolare attualità, in questi anni postunitari, quello dell’istruzione pubblica e religiosa, il cui dibattito sociale, inaugurato durante gli anni della destra storica, vede un protagonista assoluto in Ruggero Bonghi, ministro della Pubblica Istruzione, che avvia un programma di riforme politiche in tal senso, concentrate dal 1874 al 1876. Antonio Mancini, figlio di un muratore, promettente allievo di Morelli appare subito un talento straordinario, dotato di una versatilità creativa oltre misura che, nel dare luogo in maniera anticonvenzionale ad un nuovo modello di naturalismo, esibisce la capacità di assimilazione di una lezione impartita dalla pittura di Mariano Fortuny, mutuando dalle gamme cromatiche della biacca, innumerevoli soluzioni di luce. Il nostro dipinto sembra aderire con evidenza al programma dei fondatori di «quell’impero del bianco», parafrasando un inciso di Francesco Netti che, con tale definizione, enucleava i proseliti napoletani di Mariano Fortuny. Sono questi giovani artisti «capitanati da Dalbono, dal Gemito e dal Mancini» ad accorrere presso l’abitazione del maestro spagnolo, per imparare i segreti della nuova pittura, approfittando, grazie all’intercessione di Morelli, di quella circostanza fortuita consacrata nel suo breve soggiorno napoletano, trascorso a Villa Arata, a Portici, insieme alla moglie, nel 1874.