Le capinere

Emilio Longoni, Le capinere
Emilio Longoni, Le capinere
Autore: 
Longoni, Emilio (1859-1932)
Titolo: 
Le capinere
Altri titoli: 
Le monachine
Monachine che osservano un nido
Il nido
Periodo: 
XIX secolo
Datazione: 
non datato (1882 - 1884)
Classificazione: 
Dipinto
Tecnica e materiali: 
Olio su tela
Dimensioni (altezza x larghezza in centimetri): 
110 x 170
Luogo di conservazione: 
Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano, Italia
Acquisizione: 
Lascito testamentario di Emilio Zonda, 1931

Mostre:

  • Divisionismo. La rivoluzione della luce, Novara, Castello Visconteo Sforzesco, 23 novembre 2019 - 5 aprile 2020.

Note critiche:

Siamo qui in presenza di un’opera che di divisionista ancora non ha nulla. Il richiamo della primavera per due giovani monache che al di là del muro del convento scoprono un nido costituisce un sottinteso psicologico tipico della corrente Scapigliata. Ciò nonostante il dipinto costituisce una reazione a tale corrente in quanto l’opera dà risalto anche al paesaggio che per gli scapigliati era di gran lunga secondario. Il dipinto risale alla fine del biennio 1882-1884, epoca del sodalizio tra Longoni e Segantini in Brianza, quando i due giovani condividevano casa e vitalizio, lavorando insieme sotto contratto per la Galleria Grubicy. Era stato Segantini a presentare Longoni, suo amico sin dai tempi dell’Accademia di Brera, al quale lo legava un comune passato di miseria. Curiosamente, il dipinto è quello che chiuse il sodalizio. Vittore Grubicy, che per contratto si era arrogato il diritto di firmare le opere di Segantini, appose su questa, per lui giustamente superiore a quella di Segantini di analogo soggetto, il monogramma G.S, ancora visibile oggi seppur semi cancellato. Longoni, reagendo al sopruso, ruppe drasticamente con il compagno e il mercante, mettendo fine a un rapporto che era stato comunque proficuo per entrambi.

(fonte: Scheda della mostra Divisionismo. La rivoluzione della luce citata sopra)

Notizie storico-critiche:

L'opera è nota anche sotto altri titoli: Le monachine; Monachine che osservano un nido; Il nido. Entrò nelle raccolte ospedaliere con l'eredità di Emilio Zonda nel 1931 ed è elencata con l'attribuzione a Segantini al foglio 12 del testamento (col titolo Monachine in contemplazione) e al foglio 28 dell'Inventario dei beni del testatore (col titolo Capinere). Era ritenuto il quadro più importante della raccolta, tanto che veniva valutato 10.000 lire (contro le 1000 di un Favretto e le 500 di un Palizzi). Nonostante la certezza espressa dalle carte testamentarie, il dipinto è stato al centro di una serrata "querelle" attributiva, che vede opporre al riferimento tradizionale il nome di Emilio Longoni. Il primo a formularlo fu Giorgio Nicodemi, fonte particolarmente attendibile per la sua accertata conoscenza diretta del Longoni. Fino al 1956, data in cui l'opera venne sbrigativamente esclusa dallo studioso dal catalogo di Segantini e trasferita in quello di Longoni, l'attribuzione tradizionale non aveva sollevato alcuna perplessità anzi, aveva addirittura l'avallo ufficiale di Gottardo Segantini, figlio del pittore, che aveva affermato che le Capinere costituivano in origine la sezione superiore di un unico dipinto, diviso in due parti da Segantini stesso. La tela complementare sarebbe il Pastore addormentato, noto attraverso varie redazioni (cfr. Quinsac, I, 1982, pp. 236-241). La Quinsac, cui si deve la più argomentata discussione sul dipinto in esame, ha ricostruito attraverso la testimonianza del nipote di Longoni la vicenda al centro della quale l'opera si venne a trovare, vicenda nota anche al Nicodemi. Stando alla versione fornita dalla fonte familiare, la tela sarebbe stata dipinta dal Longoni negli anni del suo stretto sodalizio con Segantini, a Carella o a Pusiano, dove i due artisti lavoravano spesati da Vittore Grubicy. Quest'ultimo avrebbe apposto al dipinto di Longoni la sigla di Segantini, per ragioni mercantili, provocando però l'indignazione del Longoni che davanti a questo ingiusto affronto avrebbe non solo rotto la collaborazione con Segantini e il contratto con Grubicy, ma anche l'amicizia che lo legava al collega. Conoscendo le disinvolte abitudini di Grubicy, che aveva imposto come clausola contrattuale quella di disporre a suo arbitrio della firma di Segantini, tale ricostruzione ha tutti i caratteri della verosimiglianza. E, aggiunge la Quinsac, viene ulteriormente confermata dalla presenza a destra del dipinto della sigla ancor oggi distinguibile. Ma non è solo sulla base di queste testimonianze che la paternità di Segantini va esclusa: anche l'analisi stilistica, che la Gozzoli dichiarava insufficiente a dirimere la questione a causa dello stretto rapporto che legava, alla data presumibile dell'opera, i due giovani artisti con conseguente reciproca influenza, sembra invece parlare a favore del riferimento a Longoni. La Quinsac sottolinea la forte volumetria delle immagini, la loro sicurezza di modellazione, la gamma cromatica giocata su netti contrasti: elementi che corrispondono meglio allo stile di Longoni negli anni verso il 1884, data ipotizzabile per questo dipinto, piuttosto che a Segantini, la cui crescita segue ritmi diversi e più lenti rispetto alla più precoce maturazione del Longoni. L'esistenza di un pastello sicuramente eseguito da Segantini e del tutto corrispondente alle Capinere (cfr. Quinsac, 1982, II, p. 401) non è argomento probante ai fini dell'attribuzione, vista la consuetudine dell'artista di riprendere "a posteriori" opere già terminate, probabilmente per una più facile commercializzazione dei disegni o dei pastelli rispetto alle tele.

(fonte: www.lombardiabeniculturali.it)