De Tivoli, Serafino

Serafino De Tivoli
Cognome: 
De Tivoli
Nome: 
Serafino
Luogo di nascita: 
Livorno
Data di nascita: 
1825
Luogo di morte: 
Firenze
Data di morte: 
1892
Nazionalità: 
Italiana
Biografia: 

 

Cominciò a dipingere con l’ungherese K. Markó il Vecchio. Tra i pittori che daranno vita al gruppo dei macchiaioli ebbe il merito di far conoscere ai suoi amici, frequentatori abituali del caffè Michelangelo, la pittura dei paesisti di Barbizon; questo dopo il viaggio intrapreso a Parigi con l’Altamura per visitare l’Esposizione universale del 1855, allorché s’interessò vivamente alle ricerche di effetti luminosi basati sul rapporto colore/chiaroscuro, e frequentò gli studi del Troyon, del Décamps, di Rosa Bonheur. Così al suo ritorno a Firenze, probabilmente nel 1856, fu tra i primi e vivaci assertori della nuova poetica, tanto da meritarsi l’appellativo di «padre della macchia». Successivamente, tuttavia la sua evoluzione artistica non ebbe sviluppi del tutto conseguenti. Soggiornò a Londra (1864) e a Parigi dal 1873 al 1890, restando in contatto con gli amici fiorentini e frequentando i pittori italiani attivi nella capitale francese. Verso la fine della sua vita ritornò a Firenze e vi morì in miseria. Ha lasciato anche bei paesaggi dell’Ile-de-France, dipinti dal vero: Bagno a Bougival (1864: Livorno, coll. priv.); nel 1880 fu premiato al Salon con Le lavandaie sulla Senna.

(fonte: Storia dell'arte Einaudi)

 


 

Dopo gli studi a Firenze, militò nelle file dei garibaldini (1848-49); fece poi alcuni viaggi di studio all'estero, soprattutto a Parigi (1855), dove conobbe Courbet e Manet e dove assimilò la lezione del naturalismo romantico di Th. Rousseau, di Corot e, in generale, della scuola di Barbizon. Di ritorno a Firenze, prese parte attiva alle riunioni del caffè Michelangelo e fondò la scuola di Staggia, portandovi le sue idee innovatrici sul « tono » e sugli « accordi » che tanto influirono sui macchiaioli (L'antica pescaia a Bougival, 1864, Milano, Galleria d'Arte Moderna). La sua attività di teorico del gruppo s'interruppe quando egli lasciò l'Italia per un lungo soggiorno all'estero. Nel 1864 raggiunse il fratello a Londra, e da qui, nel 1873, si trasferì a Parigi, dove rimase fino al 1890, mantenendo i contatti con l'ambiente fiorentino e gli artisti italiani che a quel tempo risiedevano nella capitale francese: G. Palizzi, G. De Nittis, G. Boldini e V. D'Ancona.

(fonte: Enciclopedia Europea Garzanti)

 


 

Serafino De Tivoli, 1856 circa.jpgSerafino De Tivoli, nacque da Abramo Samuel, negoziante, e Fortunata Moro, a Livorno, nel marzo 1825. Nel 1836 la famiglia si trasferì a Firenze, ove il De Tivoli frequentò la scuola degli scolopi, che abbandonò attorno al 1838 per dedicarsi alla pittura, divenendo allievo, assieme con il fratello Felice (n. a Livorno il 15 marzo 1827), del paesista austroungherese C. Markò il Vecchio.
"Dei suoi primissimi saggi (dopo il 1838 sino al 1848) non si sa nulla, ma stando ai titoli delle opere successive, doveva trattarsi di esercitazioni classicheggianti" (De Angelis, 1982 13 nov.).
Nel 1848 si arruolò tra i volontari toscani, partecipò alla prima guerra d'indipendenza, combattendo a Curtatone e Montanara e nel 1849 alla difesa della Repubblica romana. Tornato a Firenze nello stesso anno, fu, assieme con il fratello Felice, uno dei primi frequentatori e animatore assiduo del caffè Michelangelo, legandosi a T. Signorini, V. D'Ancona e ad A. Tricca, che fece una sua caricatura acquarellata (ripr. in Signorini, 1893, p. 48), commentata da alcuni versi di A. Arnaud. Sempre nel 1849 espose alla locale Promotrice due paesaggi romani (oggi dispersi), "fatti negli intervalli della sua milizia patriottica" (De Angelis, 1982 13 nov.). Altri due quadri del medesimo soggetto furono esposti dal De Tivoli alla Promotrice del 1850 (catal., nn. 37, 45).
Tra il 1850 e il 1860 dipinse insieme con il fratello nella campagna intorno Firenze e sulle rive del lago di Albano. La ricerca continua di nuovi spunti naturalistici raggiunse l'apice nel 1854, anno in cui il De Tivoli fondò, assieme con il fratello, L. Gelati, i due fratelli Markò (Andrea e Carlo il Giovane) e C. Ademollo, la scuola di Staggia (Durbé-Dini, 1981, pp. 21 s.).
I motivi naturalistici, direttamente tratti dalla campagna circostante, svilupparono nel De Tivoli un gusto completamente diverso da quel "naturalismo settecentesco appena modernizzato in senso panoramico" (Somarè, 1928, p. 83), tipico del Markò: agli oscuri paesaggi romantici del ventennio precedente seguivano visioni più immediate, in cui il vero delle cose veniva recepito e sviluppato pittoricamente attraverso la luce circostante.
Alla Promotrice del 1855 presentò quattro paesaggi della campagna toscana (catal., nn.28 s., 40, 45); nel luglio dello stesso anno, in occasione dell'Esposizione universale, si recò per vari mesi (Costa, 1927, p. 139) a Parigi. Qui frequentò gli studi di C. Troyon, R. Bonheur e di A. G. Decamps. Tornato a Firenze tra il 1855 (Bucarelli-Carandente, 1956, p. 37) e il 1856 (Durbé, 1978, p. 310), il De Tivoli divulgò tra gli amici i nuovi esiti della pittura francese.
Da una lettera di C. Banti a A. Cecioni, del 2 ott. 1884 (Somarè, 1928, p. 82), s'apprende che a Firenze nel 1859 "i due De Tivoli erano i due pittori meglio avviati". Quello stesso anno le strade dei due fratelli si separarono: Felice lasciò l'Italia per stabilirsi a Londra e il De Tivoli preferì rimanere a Firenze ancora per un decennio.
Risalgono a questo periodo le sue opere migliori, come il Paesaggio della Galleria nazionale d'arte moderna di Roma (inv. n. 3878): è attribuibile al 1855-56 per gli evidenti rapporti con il realismo della scuola di Barbizon (Bucarelli-Carandente, 1956, p. 38); in esso sviluppa uno stile autonomo, lontano dalle passate esperienze fiorentine. Venne esposto alla Promotrice del 1859 con il titolo Una pastura (catal., n. 28).
Del 1858 è il Paesaggio con vacche al pascolo (coll. Magnelli, Milano), in cui l'accurato studio atmosferico risolve il debole impianto del quadro. Del 1859 è La raccolta del grano aCastiglioncello (coll. Zetti, Novara) e Il pascolo della Galleria nazionale d'arte moderna di Firenze, che segna il definitivo distacco dai modi scoloriti e manierati del Markò, al confronto dei quali l'opera del De Tivoli "diventa un pezzo di vero visto dalla finestra piuttostoché dipinto sulla tela" (Cecioni, 1905). Come risulta dall'Archivio dei macchiaioli (Roma), del quadro esistono vari studi e repliche; i più importanti sono il bozzetto della collezione Carnielo (Milano) e quello della collezione Corbetta (Vimercate, Milano). Sempre nella collezione Corbetta è il Pontedi legno, non datato, ma riferibile agli anni tra il 1857 e il '59 (Archivio dei macchiaioli) per gli evidenti tentativi di integrare la "tradizione paesaggista toscana con le nuove esperienze parigine" (Durbé, 1979). Del 1860 è Il pascolo del Museo civico di Torino (cat., n. 12). Del 1861 è il Porticodi villatoscana (coll. Matteucci, Milano), che ispirò un analogo quadro di C. Banti (Galleria nazionale d'arte moderna di Milano): "tale comunanza fa supporre un sodalizio tra i due artisti attorno al 1861" (Archivio dei macchiaioli).
Nel 1861 il De Tivoli partecipò alla prima Esposizione nazionale di Firenze con quattro vedute toscane (catal., nn. 499, 595, 602, 909); nel maggio 1862 alla XXI esposizione della Società promotrice di belle arti di Torino, esponendo tre quadri (catal., nn. 37, 227, 438), ma la critica non gli fu favorevole: in un articolo apparso su La Nuova Europa (19nov. 1862), siglato e probabilmente attribuibile a T. Signorini, pur annoverando il De Tivoli tra quei pittori "nei quali assieme all'amore per l'arte si manifesta un inquieto desiderio di progresso", non si esita a definirlo a "un passo dai produttori per guadagno". L'anno successivo, dopo un'ennesima aspra discussione con il Signorini, riportata in una lettera del 4 maggio 1863 di De Tivoli Martelli a G. Uzielli (Dini-Del Soldato, 1975, p. 186), il De Tivoli si allontanò definitivamente da Firenze e "corse fama essere a Parigi" ove, secondo una lettera di G. Uzielli a D. Martelli dello stesso anno (ibid.), prese parte all'Esposizione dei "rifiutati" con due quadri "che non fanno dove sono esposti cattiva figura". Ma il soggiorno parigino fu momentaneo, visto che nello stesso anno (1862) il De Tivoli si trasferì a Londra. Vi ritrovò il fratello Felice, che dipingeva nel quartiere di Hampstead (il Signorini [1893, p. 83] affermava che vivesse piuttosto "negoziando").
Fu forse tramite A. Arnaud, vecchio amico dei due fratelli, che il De Tivoli ottenne l'incarico d'insegnare pittura "ad un certo Sig. Thenison ricchissimo inglese", come si legge una lettera dell'Arnaud al Martelli, datata 23 ott. 1864 (Marabottini-Quercioli, 1978, p. 125). Comunque, "dell'opera sua durante il soggiorno in Inghilterra poco sappiamo: forse fece dei ritratti" (De Angelis, 13 nov. 1982), oggi scomparsi. Analogamente disperso è Unprato a Londra, esposto alla Promotrice fiorentina del 1876 (catal., n. 24). Lettera alla mamma, un'opera pervenuta nel 1895 alla Galleria d'arte moderna di Milano (catal., inv. n. 203), è probabilmente riferibile agli anni attorno al 1864 (Galleria d'arte moderna; L. Caramel-C. Pirovano, Opere dell'Ottocento, I, Milano 1975, p. 50).
Nel 1866 espose alla Società Promotrice di Genova L'innocenza (Genova, Acc. ligustica di Belle Arti; cfr. Baccheschi, 1983), alla mostra della British Institution Ragazza fiorentina (catal., n. 385) e nello stesso anno alla Royal Society due quadri: Riposo dopo la danza. Una contadina romana (catal., n. 84) e La campagna romana (catal., n. 214). Ancora, nel 1867, espose alla Royal Society due opere: Il messaggero nero (catal., n. 545) e Nello Warwickshire (catal., n. 214). Espose alla Royal Academy of Arts nel 1867 (catal., nn. 406, 526, 617, 667), nel 1868 (catal., n. 81) e nel 1869 (catal., nn. 36, 727).
Nel 1873 il De Tivoli ritornò a Parigi, per rimanervi quasi ininterrottamente fino al 1890. Dapprima visse isolato, frequentando sporadicamente gli artisti del caffè Guerbois, come lamenta in una lettera dell'8 apr. 1874 al Martelli (Dini-Del Soldato, 1975, p. 185). Dopo il 1880 la situazione migliorò e il De Tivoli divenne uno dei maggiori animatori del circolo conviviale-culturale de 'La Polenta'. A Parigi frequentò la cerchia di G. Boldini e di E. Degas (probabilmente conosciuto a Firenze tra il 1855 e il 1856; cfr. Dini, 1986, pp. 26 s.); T. Signorini scriveva (1893, p. 49) d'averlo visto a Combs-la-Ville con G. Palizzi e a Bougival con G. De Nittis. Documentati sono i contatti con artisti francesi del caffè Nouvelle Athènes (Dini, 1986, p. 93) ed altri italiani come De Tivoli Martelli, F. Zandomeneghi, C. Banti, e con V. D'Ancona, a Parigi già dal 1867.
Della produzione parigina rimangono alcune tele dipinte sui bordi della Senna quali Bordi della Senna (coll. Giuliana Viano, Cassato, Vercelli, cfr. Borgiotti, 1964, tav. 233). Nel 1874, all'Exposition de la Societé anonyme des artistes, esposero P. Cézanne, E. Degas, E. Manet, A. Renoir, A. Sisley; il De Tivoli vide le loro opere ma recepì epidermicamente la portata ideologico-espressiva dell'impressionismo, ripetendo stancamente un certo gusto per i giochi d'acqua opalescenti; esempio ne è L'antica pescaia a Bougival (coll. Angelini, Livorno; cfr. Bucarelli-Carandente, 1956, cat. n. 17): datata posteriormente al 1873, risente dei modi del naturalismo chiaroscurale della scuola di Barbizon, che indurranno il De Tivoli a schiarire gradualmente la sua tavolozza in favore d'un colore più arioso e vibrante.Nel 1878 partecipò all'Esposizione universale di Parigi: De Tivoli Martelli in un articolo nota come il De Tivoli "si faccia distinguere nella nostra sezione" (Scritti d'arte..., 1952, p. 79). Nel 1879 espose al Salon parigino due opere: Mattino di fine estate sui bordi della Senna (catal., n. 2857) e Battello di pescatori del Mediterraneo (catal., n. 2858).
Come si legge in una lettera inviata al Martelli il 5 maggio 1879 (Dini-Del Soldato, 1975, p. 188), il De Tivoli ringraziava l'amico d'avergli comunicato per tempo "dei ragguagli" sull'Esposizione nazionale di belle arti di Torino, confermando che si sarebbe preparato "per mandarci dei quadri". Molto probabilmente la lettera si riferiva alla IV Esposizione torinese (1880) a cui il De Tivoli partecipò con due paesaggi francesi (catal., nn. 280 s., p. 69).
Contrastanti sono i pareri della sua fama all'estero: anche se il Signorini (1893) affermava che a Parigi era considerato il "decano dell'arte", ci sono due lettere del De Tivoli al Banti (Matteucci, 1982, pp. 190, 195), in cui si lamentava di quanto andassero male le vendite; e fu infatti costretto ad incaricare Vito D'Ancona e lo stesso Banti "a fare a Firenze una lotteria privata" di due suoi quadri, precedentemente inviati da Parigi. Dopo poco tempo (27 giugno 1876) ripeté l'invito al Banti raccomandandogli d'occuparsi della vendita dei due dipinti. Di essi si sa solo che, dopo infruttuosi tentativi di vendita, vennero acquistati dallo stesso Banti, che già aveva nella sua collezione altri quattro quadri del pittore livornese. Al Salon del 1880 furono premiate le Lavandaie sulla Senna (catal., n. 3663), oggi nella collezione Florio, a Milano. Nel 1881 partecipò all'Esposizione nazionale di belle arti di Milano con due dipinti (catal., nn. 22 s.). Nel 1884 espose AMarly (catal., n. 718) all'Esposizione generale italiana di Torino. Fu presente all'Esposizione universale di Parigi del 1889 (catal., n. 207), dove ottenne una medaglia di bronzo.
Per il resto dei suoi giorni visse in povertà, facendo saltuariamente ritorno a Firenze, come si legge da una lettera di F. Zandomeneghi al Martelli del novembre 1883 (Marabottini-Quercioli, 1978, p. 178), che cita il De Tivoli presente "un mese o due fa" al caffè Michelangelo. Nel 1890 l'assoluta carenza di mezzi e la progressiva cecità lo spinsero a ritornare definitivamente a Firenze, ove l'anno successivo espose alla mostra della Società di belle arti (catal., nn. 207-09, 250, 255), distinguendosi tra "i campioni del rinnovamento ... che rimangono ancora sulla breccia", come si legge in un articolo del 5 marzo 1891 apparso sul Corriere italiano (Giardelli, 1958, p.276). Sempre nel 1891 partecipò alla prima Esposizione triennale della R. Accademia di Brera (catal., nn. 306, 445).
Colpito da malore il 5 febbr. 1892, fu ricoverato all'ospizio israelitico di Firenze, dove morì la mattina del 1º novembre successivo.


Fonti e Bibliografia:

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  • N. Costa, Quel che vidi e quel che intesi, Milano 1927, pp. 139 s.
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(fonte: Lidia Reghini di Pontremoli in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 39, 1991)