Buonamici, Ferdinando

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Cognome: 
Buonamici
Nome: 
Ferdinando
Luogo di nascita: 
Firenze
Data di nascita: 
1820
Luogo di morte: 
Firenze
Data di morte: 
1892
Nazionalità: 
Italiana
Biografia: 

 

Allievo all'Accademia di Belle Arti di Firenze, è uno dei primi frequentatori del Caffè Michelangiolo dove nel 1852 affresca nella sala riservata ai pittori un Episodio dei Promessi Sposi. Soggetti manzoniani sono anche quelli che espone a quel tempo alla Promotrice fiorentina, quando si dedica alla pittura di genere, intesa come espressione affettuosa legata ai temi di vita contemporanea. Ne è un esempio il quadro Gli orfani, del 1856, cui seguono nel 1858 Le gioie d'una madre, e nel 1859 Un bacio furtivo. Quell'anno parte volontario per il fronte, esperienza testimoniata da due dipinti, un Autoritratto in divisa di volontario toscano e un interno della Caserma di Modena con i volontari della Quinta Batteria toscana, quella composta quasi tutta da pittori del Caffè Michelangiolo. Nel 1865 partecipa alla mostra per il centenario di Dante con il Benvenuto Cellini convalescente, affrontando per la prima volta il tema, caro alla pittura dell'Ottocento, della celebrazione di artisti illustri. Si accosta alla poetica di Piagentina con opere quali Interno di cucina di campagna (1866), e Veduta del colle di Fiesole, un dipinto che rivela l'influenza di Lega. Consonanze con l'opera di Lega si notano anche nei quadri raffiguranti scene ambientate nella villetta di Castel San Pietro, nella campagna bolognese, dove il pittore trascorre la villeggiatura in una proprietà dei parenti della moglie. Amico di Angelo Tricca, viene da lui spesso ritratto in caricatura, soprattutto da anziano, quando i suoi interessi sembrano piuttosto rivolti a temi di intimità domestica, raffiguranti bambini intenti ai compiti, o ai loro giochi: Lo studio della geografia, La lezione, Una domanda curiosa. Sono quadri di piccole dimensioni, dai soggetti affabili e accattivanti, eppur soffusi di un sottile senso di nostalgia e di mistero, che stilisticamente sembrano coniugare il linguaggio di dipinti coevi di Borrani con lo squisito sentimento per l'infanzia espresso nelle tavolette di Cecioni. Dopo il 1876 l'artista dovette lavorare con sempre meno alacrità, come indica la mancanza di sue opere alle mostre.

(fonte: Silvestra Bietoletti, I Macchiaioli: la storia, gli artisti, le opere, Giunti Editore, Firenze - Milano, 2001)