Bufaline in Tombolo

Giovanni Fattori, Bufaline in Tombolo
Autore: 
Fattori, Giovanni (1825-1908)
Titolo: 
Bufaline in Tombolo
Altri titoli: 
Bufaline
Campagna con bufali al pascolo
Paysage d’Italie
Periodo: 
XIX secolo
Datazione: 
non datato (1865 circa)
Classificazione: 
Dipinto
Tecnica e materiali: 
Olio su cartone
Dimensioni (altezza x larghezza in centimetri): 
18 x 35,5
Annotazioni: 
Firma in basso a sinistra: Gio. Fattori
Sul retro porta la scritta: Questo dipinto e autentico del prof. G Fattori, e appartenuto al pittore Michele Gordigiani amico del suddetto. Adesso e proprieta del signor Giulio Oppenheimer. Mario Galli.
Luogo di conservazione: 
Collezione privata

Provenienza:

  • Firenze, collezione Michele Gordigiani.
  • Londra, collezione Julius Oppenheimer (etichetta al retro).
  • Firenze, collezione Mario Vannini Parenti.;
  • Milano, collezione Giacomo Jucker.
  • Vendita, Porro & C., Milano, 9 maggio 2007, lotto 26.
  • Vendita, Porro & C., Milano, asta 51 - Dipinti del XIX secolo, 10 dicembre 2008, lotto 10, invenduto.

Mostre:

  • Livorno, Villa Fabbricotti, Giovanni Fattori: disegni, acqueforti, agosto-settembre 1953, n. 21.
  • Firenze, Galleria dell’Accademia, Dipinti, disegni e incisioni di Giovanni Fattori, 1-20 novembre 1953.
  • Firenze, Palazzo Pitti, Giovanni Fattori. Dipinti 1854-1906, 26 settembre - 31 dicembre 1987, n. 32.

Bibliografia:

  • Giovanni Fattori, in “The Studio”, Londra, luglio 1914, p. 160 (con titolo Paysage d’Italie).
  • Giovanni Fattori: disegni e acquaforti, catalogo della mostra, a cura di D. Durbè, fig. 21.
  • G. Sciortino, La mostra di Giovanni Fattori a Livorno, in “La Fiera Letteraria”, Roma, 6 settembre 1953, p. 8.
  • P. D’Ancona, Giovanni Fattori, in “Amicizia”, Milano, aprile 1958, p. 25.
  • Pittura Italiana dell’Ottocento nella raccolta Giacomo Jucker, a cura di Emiliani Dalai e G. Mercandino Jucker, Milano 1968, n. 25.
  • L’opera completa di Fattori, presentazione di L. Bianciardi, apparati critici e filosofici B. Della Chiesa, Milano 1970, n. 162.
  • Giovanni Fattori. Dipinti 1854-1906, catalogo della mostra, a cura di G. Matteucci, R. Monti, E. Spalletti, Milano 1987, n. 31.
  • R. Monti, Giovanni Fattori 1825-1908, Firenze 2002, pp. 61, 67.

Note:

L’opera, la cui fortuna critica ed espositiva è da tempo nota, fu realizzata durante gli anni livornesi. Anni che vedono maturare e fruttare anche oltre i loro limiti programmatici le teorie della macchia, dove il “vero” che Fattori vuol rappresentare è quello che l’amico e collega Adriano Cecioni, teorico del gruppo, aveva intuito essere patrimonio storico della visione artistica, dimostrando così una straordinaria chiaroveggenza. Una intuizione, questa di Cecioni, che Fattori aveva istintivamente maturato nella sua sensibilità, che in questi anni era arricchita dai consigli e dagli esempi di Nino Costa ancora in fase romantico-purista, e che – per lo meno in questi mesi – gli furono molto più utili dell’intelligenza critica di Diego Martelli, per certi versi molto distante, almeno per ora, dall’emozione quasi ferina del giovane livornese. Ecco allora Fattori unire la sua totalizzante sensibilità ricca della recente lezione pollastriniana al suo “patrimonio visivo” che privilegiava le regole armoniche della tradizione quattrocentesca toscana, e dipingere in questi anni una serie di capolavori, quasi sempre di piccolo formato, che, nell’arco della creatività fattoriana, segnano il definirsi di una prima idea formale e l’inizio, geniale, del suo superamento. Di queste opere, a dir poco perfette, si annovera a pieno titolo le Bufaline in Tombolo, un dipinto dove la perfezione formale risulta completamente misurata sulle variazioni infinite del sentimento visivo, in una colorazione sensibilissima che avvalora la strepitosa partitura metrica. La complessità dell’immagine e il suo dilatarsi in un’ampia estensione, coinvolgendo tutti gli aspetti che danno concretezza al mondo contadino, rispondono a una tradizionale concezione tipicamente ottocentesca, la quale fonda la propria modernità sulla qualità pittorica, sorretta da una facoltà di visione e di percezione che trascende ogni convenzionalismo. Non si può negare tuttavia che questo paesaggio si presenta con una ricchezza di soluzioni formali e con una partitura di piani che ne fanno un qualcosa di distintivo nella produzione degli anni livornesi intorno al 1865. La scoperta di cui l’artista ci rende partecipi non consiste nei ritmi geometrici che, con cadenza decisa, attenuano le lontananze, – un tipo di soluzione che si ritrova anche in altri studi dello stesso periodo come in Staccionata, muro e alberi, in Pasture in Maremma e nella Campagna livornese e tamerici (Monti 2002, p. 66) – ma nella solennità austera con cui il quotidiano gli si rivela nell’infinita varietà di modulazioni cromatiche che danno vitalità chiaroscurale alla superficie.

(fonte: Catalogo vendita Porro & C. del 10 dicembre 2008)