Beckmann, Max

Hugo Erfurth, Ritratto di Max Beckmann, 1928
Cognome: 
Beckmann
Nome: 
Max
Luogo di nascita: 
Lipsia
Data di nascita: 
1884
Luogo di morte: 
New York
Data di morte: 
1950
Nazionalità: 
Tedesca
Biografia: 

 

Max Beckmann, Autoritratto / Self-portrait, 1946, Litografia, cm. 40,16 x 29,84 (foglio), Albright-Knox Art Museum, inv. n. P1949:2, dono di A. Conger GoodyearMax Beckmann (Lipsia 1884 - New York 1950), si formò presso l’accademia di Weimar dal 1899 al 1903.
Soggiornò per la prima volta a Parigi nel 1903 ove, in occasione della mostra dei primitivi francesi (1904), rimase particolarmente colpito dalla Pietà di Avignone. Alla fine del 1904 si stabilì a Berlino, dove espose alla Secessione nel 1906. Nello stesso anno ottenne una borsa di studio per Firenze e ritornò a Parigi, ove si recò di nuovo nel 1908.
Le sue prime opere fanno parte dell’impressionismo tedesco condividendone i riferimenti culturali: dalle composizioni monumentali di [Hans von ] Marées (Giovani in riva al lago, 1905: Weimar), agli effetti di tocco di Delacroix (Naufragio del Titanic, 1912: Saint Louis, Art Museum), benchè egli si spinga, a volte, fino a Piero della Francesca e Signorelli (l’Educazione di Pan di Berlino, oggi distrutta).
Tuttavia, dal momento in cui in Germania si affermò l’espressionismo, Beckmann adottò presto, una maggior obiettività: Strada (1914: New York, collezione privata). Tale coscienza della realtà si manifesta pure negli Autoritratti, dipinti, disegnati, incisi, che costituiscono una parte fondamentale della sua opera (Piccolo autoritratto, 1912, puntasecca). Nel 1909 comparve la sua prima raccolta litografica (Ritorno di Euridice); ma i risultati migliori li ottenne senza dubbio con la puntasecca.
Beckmann ebbe successo a Berlino ed espose presso Paul Cassirer nel 1913.
Arruolatosi volontario nel 1914, fu inviato nella Prussia orientale, poi nelle Fiandre. Tornato nel 1915 alla vita civile, dopo una depressione nervosa, si stabilì a Francoforte sul Meno ed espose nel 1917, presso Neumann a Berlino, le sue incisioni. Le incisioni del 1914-15 traducono con una sensibilità più viva che in passato il dramma contemporaneo (la Granata, 1915, puntasecca) dovuto alla guerra e che egli sulle prime aveva considerato come semplice occasione di cronaca (Dichiarazione di guerra, 1914, puntasecca).
I dipinti eseguiti in seguito, sembrano invece risentire in modo particolare dell’arte gotica, per le loro forme insieme dense e gracili e per lo spazio ristretto, ove i personaggi si trovano a disagio (Deposizione dalla croce, 1917: New York, Museum of Modern Art; Autoritratto con foulard rosso, 1917: Stoccarda, Staatlsgalerie). Tale evoluzione ha il suo culmine nel parossismo de La notte (1918-1919: Düsseldorf, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen), simbolo eloquente della situazione della Germania nell’immediato dopoguerra.
L’espressionismo di Beckmann divenne in seguito meno violento; nel 1925 partecipò alla Neue Sachlichkeit (dieci litografie del Viaggio Berlinese, 1922; Danza a Baden-Baden, 1923: Monaco, collezione privata).
Tra i vari temi trattati – paesaggi di un’ambigua serenità (Paesaggio primaverile, 1924: Colonia, Wallraf-Richartz-Museum), nature morte, scene di circo, nudi, autoritratti e ritratti – spiccano soprattutto i ritratti (Quappi dallo scialle bianco, 1925: collezione privata; Loggia, 1928: Stoccarda, Staatsgalerie). Nelle scene di circo, l’acrobata con cui Beckmann segretamente s’identifica è spesso rappresentato in posizioni pericolose, alla ricerca di un equilibrio impossibile (Funambolo, 1921, puntasecca).
Professore a Francoforte dal 1925 al 1933, frequentò regolarmente l’Italia e, a partire dal 1926, soprattutto Parigi, ove espose nel 1931 alla Galerie de la Renaissance. Tornò a Berlino dal 1933 al 1937, quindi si stabilì ad Amsterdam, ove trascorse gli anni della seconda guerra mondiale. Nel 1947 partì per gli Stati Uniti, ove era già noto, ed abitò a Saint Louis.
La sua evoluzione dopo il 1932 lo condusse al ricorso sempre più deciso al simbolo, e addirittura all’ermetismo della cabala, in trittici monumentali; il plasticismo precedente viene abbandonato a favore di uno stile bidimensionale (Partenza, 1932-33: New York, Museum of Modern Art; la Tentazione di sant’Antonio, 1936-37: Santa Barbara, California, collezione privata; gli Acrobati, 1939: Saint Louis, collezione privata). Accanto ad autoritratti (Autoritratto in nero, 1944: Monaco, Neue Pinakothek), i trittici e le composizioni complesse popolate da rigidi personaggi mitologici, da nudi, oggetti ed animali evocano un universo di fredda crudeltà, come astratta, eppure sottoposto a una sorta di trasfigurazione onirica: la pittura consente all’artista di «continuare a sognare». The beginning (1949: New York, Metropolitan Museum of Art) è un’immagine del destino umano, e il testamento spirituale di Beckmann, che dinanzi al crescente collettivismo del XX secolo, aveva sempre affermato i diritti dell’individuo senza ignorare il prezzo che tale posizione comportava: un’irrimediabile solitudine.
La sua ultima serie di litografie, Day and Dream, comparve a New York nel 1946.
Beckmann è rappresentato soprattutto nei musei americani e tedeschi.

 

(fonte: Marcel-André Stalter in Storia dell’Arte Einaudi)


 

Stefan Szczesny, Max Beckmann, 1991, Tecnica mista su tela, cm. 200 x 160, Kunsthalle Bremen, inv. n. 1338-1992/2L'«oggettivismo trascendente» di Max Beckmann

Come Dix e Grosz, Beckmann scoprì se stesso nel caos della guerra. Le stragi del fronte agirono su di lui come spinta a un'ar­te drammatica, ammonitrice. Il suo verismo non ebbe mai la scar­na e fredda esposizione di un Dix, ma l'urtante vociferazione di un profeta. La sua arte suona a stormo sull'uomo disumanato. I suoi quadri sono ingombri di figure gesticolanti. Egli è un espres­sionista nel senso più vero del termine. Aspro, urlante, sguaiato persino nella rappresentazione della realtà, ma sempre di ecce­zionale sincerità, sembra credere che solo un cieco potere domi­ni la vita degli uomini, ma al tempo stesso contro questo fato egli alza, per quanto assurda, una prepotente fiducia nell'uomo. Ta­le modo di concepire la storia infonde alle sue tele una grandez­za tragica, che egli traduce con modi monumentali.

Beckmann rifiuta i toni elegiaci, le effusioni del cuore. Quan­to più il tema lo porta verso un esito patetico, tanto più egli di­venta icastico e duro, tanto più igesti dell'eloquenza si fanno mec­canici. L'ansia metafisica che è in lui non diventa mai un veico­lo di fuga e ciò conferisce alla sua problematica una forza vera.

Beckmann dipinge il suo primo capolavoro tra il 1918 e il 1919: La notte, un quadro che rappresenta la strage di una fami­glia perpetrata da un gruppo di malviventi che hanno fatto irru­zione nella casa. Sono le tele di questo periodo, la Scena di fami­glia del 1920, Il sogno del 1921, Il trapezio del 1923, che lo avvi­cinano alla tendenza della Nuova Oggettività. Comunque l'evo­luzione dello stile di Beckmann, nonostante i mutamenti che in­terverranno nel colore più acceso e nei modi più sintetici, non si staccherà più da una sorta di asprezza, di staticità monumentale, di concretezza realistica, come si può constatare in opere qua­li quelle dedicate alla vita del circo, ai giocolieri e agli acrobati, o anche in quadri come Moscacieca del 1945 e gli Argonauti del 1950. Bisogna aggiungere tuttavia che neppure Beckmann è rifuggito dall'affrontare temi direttamente collegati alla vicenda storica e politica, come stanno a dimostrare le incisioni sull'as­sassinio di Liebknecht e Rosa Luxemburg, quella specie d'alle­goria di un Italia vittima del fascismo che dipinse nel 1925 in una tela intitolata Galleria Umberto (La Galleria Umberto di Napoli), ma più ancora la litografia del 1944 in cui ha raffigurato Hitler e Mussolini nelle sembianze di due pirati.

Beckmann, che era nato a Lipsia nel 1884, fu costretto a la­ sciare la Germania per le persecuzioni naziste e si trasferl nel 1947 negli Stati Uniti. Mori nel 1950, a New York.

(fonte: L'arte sotto le dittature di Mario De Micheli, Feltrinelli Editore, 2000)