Avondo, Vittorio

Vittorio Avondo
Cognome: 
Avondo
Nome: 
Vittorio
Luogo di nascita: 
Torino
Data di nascita: 
1836
Luogo di morte: 
Torino
Data di morte: 
1910
Nazionalità: 
Italiana
Biografia: 

 

Anonimo, Ritratto di Vittorio AvondoVittorio Avondo, dopo un breve periodo di studio all’accademia di Pisa (1851-52) si recò a Ginevra, ove subì l’influsso dei paesaggi accademico-romantici e lirici di Calame, la cui scuola frequentò per quattro anni incontrandovi anche Fontanesi. Nel 1855 era a Parigi, ove ammirava, all’esposizione universale, Corot e i pittori di Barbizon, in particolare Daubigny. Dopo il 1857 si stabilì a Roma, dipingendo in particolare paesaggi della campagna romana; soggiornò dal 1865 a Firenze, ove si dedicò al restauro e riordinò il museo del Bargello. Tornato a Torino, nel 1890 vi fu nominato direttore del Museo civico, che conserva un’importante serie di suoi paesaggi, trattati con tocco libero e denso di valori cromatici, e costituenti il punto d’approdo delle sue ricerche di pittura all’aperto, per la resa della luce e dello spazio. Per due anni i suoi dipinti furono respinti alle mostre della Promotrice torinese; impostosi lentamente all’attenzione, fu con Fontanesi uno dei rinnovatori del paesaggismo piemontese. Partecipò anche alla cosiddetta «scuola di Rivara». In Piemonte, negli ultimi anni, s’interessò sempre più della ricerca archeologica e antiquaria, collaborando agli interventi di restauro nei castelli medievali e anche alla costruzione del Borgo medievale di Torino.

(fonte: Jacques Vilain in Storia dell’arte Einaudi)

 


 

Autore non identificato, Ritratto di Vittorio Avondo seduto di profilo, XIX, stampa fotografica, cm. 14,3 (h) x 11,1 (b), GAM TorinoVittorio Avondo nacque a Torino il 10 agosto 1836. Il padre, professore di diritto all'università, lo voleva avviare all'avvocatura; ma l'Autore a 15 anni lasciò gli studi per la pittura, frequentando prima l'accademia di Pisa (1851), poi per quattro anni lo studio di A. Calame a Ginevra (1852-56), contemporaneamente a Fontanesi. In questo tempo viaggiò in Olanda e in Belgio, e, nel 1855, andò a Parigi: all'Esposizione universale ammirò Corot e i paesisti di Fontainebleau, Rousseau, Huet e specialmente Daubigny. Il soggiorno parigino fu determinante: al ritorno a Ginevra si scostò dal Calame e strinse rapporti, oltre che con Fontanesi, con G. Castan e con B. Menn, i due allievi più francesizzanti del Calame. Per due anni (1858-59) i suoi quadri furono rifiutati alla Promotrice di belle arti di Torino, alla quale espose poi sempre regolarmente. Nel 1857, evitando Torino, allora roccaforte del calamismo, si trasferì a Roma, compì tuttavia frequenti soggiorni in Piemonte, dipingendo nel Canavese e nel Vercellese, dove ritornerà spesso anche più tardi. A Roma si fece conoscere: le sue opere vennero acquistate da Francesi, Inglesi, Russi. Gli anni romani furono i più fecondi e segnarono un allargamento dei suoi interessi culturali. In seguito divise il suo tempo fra l'attività pittorica e quella antiquaria, che divenne a mano a mano prevalente. Fu infatti un appassionato ricercatore di antichità e uno dei primi studiosi dei monumenti medievali piemontesi. Nel 1865 lasciò Roma per Firenze, dove il governo gli affidò il riordinamento del Museo del Bargello. Infine si stabilì a Torino. Nel 1872 acquistò e restaurò con A. D'Andrade il castello d'Issogne in Val d'Aosta, donandolo poi allo Stato; curò il restauro del palazzo Silva a Domodossola e di casa Cavassa a Saluzzo (1885); nel 1884 collaborò col D'Andrade alla costruzione del Borgo medievale a Torino. Dal 1890 alla morte fu direttore del Museo civico di Torino, ove morì il 14 dicembre 1910.
L'Autore s'inserisce fra i maggiori rappresentanti della pittura piemontese dell'800 con un proprio accento grave e pacato. Dotato di una raffinata sensibilità per rapporti cromatici delicati, dà del paesaggio un'interpretazione sottilmente malinconica, in chiave elegiaca. Le sue cose migliori sono le più sobrie: vasti spazi di cieli che si riflettono nell'acqua e sottili strisce di terra. Un naturalismo poetico che segna un accordo tra la "poesia" della scuola di Vanchiglia e la "prosa" della scuola di Rivara.
Bertieri, Ritratto di Vittorio Avondo, XIX-XX, stampa fotografica, cm. 41,5(h) x 30,6(b), GAM TorinoDella prima attività Meyringen (1854; Torino, coll. Tournon), rappresenta, nell'impostazione tradizionale e nella dura grafia, la fase calamista. Rimembranze del mezzodì della Francia, Ricordo dell'isola di Hyères, Pini a parasole a Cannes, esposti alle mostre di Torino del 1856-57, di un romanticismo che sa ancora di maniera, sono esempi dell'ultimo periodo ginevrino intorno al '60 trova uno stile proprio con alcune versioni di Campagna romana (Torino, coll. privata), nelle quali si afferma la vena aristocratica del pittore: composizioni di raffinata semplicità, basate su poche zone di colore tenue e quasi scarno, giustamente intonate, da cui emana un senso solenne e affettuoso della natura.
Successivamente, sotto lo stimolo di diverse suggestioni, tenta modi diversi, non sempre con risultati altrettanto positivi. È anzi tipico dell'Autore un percorso non uniforme, ma segnato da svolte improvvise, da ritorni a fasi già superate; indice di un temperamento recettivo e, anche di quel "dilettantismo" che gli farà poi tralasciare la pittura per altre attività. A Roma, attraverso Corot, risale a Poussin: se ne può forse trovare una eco nell'impianto solenne di Sera nella campagna romana (1871; Milano, coll. Serra), e di La valle del Pussino (1874; Roma, Gall. naz. d'arte moderna). Il Teverone (1861; Carignano, coll. Delleani), s'innesta sui precedenti piccoli paesaSergio Zaniboni, Ritratto di Vittorio Avondoggi con una volontà di maggiore costruzione ed elaborazione, secondo uno schema poi ripreso nel più noto A Fiumicino (1879, Torino, Gall. d'arte moderna), di elegante fattura ma piuttosto esteriore. Verso il 1862, Pescatori(Torino, coll. privata), Bordighera (coll.priv.), di colore più acceso e non fuso, rivelano un'attenzione per le novità toscane che si puntualizzerà in qualchePaesaggio in Toscana del '65(coll.private) nella direzione di Abbati e Borrani. L'ammirazione per Fontanesi prende forma in una serie di quadri e bozzetti romanticamente concitati, lungamente elaborati ora a colore spesso, ora raschiato (Torino, Gall. d'arte modema; coll. Tournon); alcuni un po' letterari (Il lago di Nemi, 1863; Inverno triste). Diversamente, gli studi di Lozzolo (uno dei primi esempi è del '62,Torino, coll. Fogliato) testimoniano i contatti con il gruppo di Rivara. Appartiene a questo ambito Campagna di Gattinara (1867; Torino, Galleria d'arte moderna) di una freschezza di tocco quasi impressionista. Dopo l'80 si accentua la predilezione per gli effetti di luce grigia, trascolorante (Nella pianura di Ardea, 1882).Fanno parte delle ultime opere Palude (1898; Torino, coll. Tournon), Veli mattinali (1902; Torino, coll. Simeon), Ora mattinale in Maremma (1907), Ora mesta (1907).
Un gruppo di disegni di vario argomento (pezzi architettonici, sculture, armi), non datati (Torino, Gall. d'arte moderna) testimoniano il suo culto per l'antico. Praticò anche la ceramica, benché eccezionalmente: fanno parte della coll. Tournon due piastrelle, di cui una molto fontanesiana con un Tramonto,un'altra con il Castello di Verrès.


Bibliografia:

  • A. Stella, Pittura e scultura in Piemonte,Torino 1893, pp. 262-267.
  • E. Thovez,L'opera pittorica di V. A.,Torino 1912.
  • T. Rossi, In memoria di V. A.,Torino 1912.
  • M. Soldati, La Galleria d'arte moderna del Museo Civico di Torino (catalogo), Torino 1927, pp. 40-45.
  • E. Somarè, Storia dei pittori italiani dell'800,Milano 1928, pp. 572-574.
  • M. Bernardi, Arte piemontese, Torino 1937, pp. 78-91.
  • A. M. Brizio,Ottocento-Novecento,Torino 1944, p. 268
  • I. Cremona, Disegni di V. A.,Torino 1946.
  • A. e J. Dragone, I paesisti piemontesi dell'800, Milano 1947, pp. 115-126.
  • R. Longhi, in Catalogo della XXVI biennale di Venezia,Venezia 1952, p. 34
  • Encicliclopedia Italiana, V, p. 655.

(fonte: Franca Dalmasso in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 4, 1962)